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 Escursione alla Grotta del Diavolo o Grotta di Mezzogiorno del 13 marzo 2011 ::
 
  Sabato, 02 Aprile 2011 - 17:32 :: 62446 Letture

Il resoconto della escursione compiuta il 13 marzo u.s.  (continua)

E’ una nuvolosa giornata invernale, la pioggia incombe, cerchiamo di contattare uno del gruppo; manca, lo ritroveremo più avanti*. La collina è sempre verdeggiante, come le montagne circostanti e degrada verso una ampia pianura ricca di corsi d’acqua. Siamo in appennino centro meridionale, in lontananza si  scorgono delle chiazze bianche, stavolta di neve, non è strano. Gli inverni sono da noi piuttosto rigidi e non è difficile trovare sulla parte alta dei rilievi chiazze di neve sino a tarda primavera.

E’ il 13 marzo 2011 ed iniziamo a ripercorrere a ritroso nel tempo la nostra storia. Novelli Benjamin Button, ci inerpichiamo per la moderna S.P.331 in direzione Castello del Matese, attraversando in un colpo solo duemilacinquecento anni di storia. La moderna cittadina di Piedimonte Matese è sotto di noi, sulla parte alta il borgo medioevale. Sul Cila i poligonali dei Pentri rievocano il ricordo della Allifae sannitica. Attraversiamo l’abitato di Castello del Matese ed anche qui ai piedi della torre risalta la stratificazione sannitica (del basamento), medievale (della parte superiore e delle torri), indi gli abitati della nostra contemporaneità (articolo intero)

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Commenti
N° 3629 - giuseppe ha scritto::
Nov-’21
24

L'UOMO DI TAUTAVEL o di ARAGO, L'ANTICO CITTADINO EUROPEO Son passati 50 anni dalla scoperta dell'Uomo di Tautavel, oggi riconosciuto come rappresentante del ramo europeo di una specie che diede origine qui ai Neanderthal e in Africa ai Sapiens e così appellato dalla vicinanza all'abitato di Tautavel da cui il nome di questo gruppo umano,l'Uomo di Tautavel che con i suoi 450 mila anni di età è forse il più famoso rappresentante di una antica "umanità di mezzo", posteriore cioè all'africano Homo ergaster e antecedente sia all'uomo di Neanterthal che a noi Homo sapiens. I reperti di cui disponiamo provengono tutti dalla grotta dell'Arago, a 3 km dall'odierno abitato di Tautavel, nei Pirenei Orientali, in Francia. Questa forma umana, la più antica ritrovata in territorio francese, passò indenne un paio di glaciazioni, adattandosi anche a condizioni estreme, vedendo cose che noi oggi possiamo immaginare con una certa fedeltà grazie a mezzo secolo di ricerche e alle ricostruzioni di un museo sorto sul luogo. Il reperto più famoso di ciò che è stato denominato Uomo di Tautavel è la parte anteriore di un cranio, scoperto il 22 luglio del 1971 dai paleontologi Henry e Marie-Antoinette de Lumley, che lo etichettarono Arago 21, mentre una seconda parte del cranio fu trovata 8 anni dopo. Le analisi chiarirono che Arago 21 era un giovane maschio morto a circa 20 anni. Le ricerche nei 15 livelli stratigrafici della grotta portarono negli anni al ritrovamento di 151 fossili umani, fra mandibole, altri crani e parti dello scheletro appartenuti a 30 individui (un dente di 560 mila anni ha portato ancora più indietro la presenza sul luogo dell'antenato). Si è potuto così stabilire che l'Uomo di Tautavel era in media alto 165 cm, costituzione robusta (peso 45-55 chili), viso proiettato in avanti, mento quasi assente, rilievo marcato sopra le orbite, fronte sfuggente, testa un po' piatta che conteneva però un cervello di 1.150 cm cubi, cioè compreso nel range dell'uomo moderno (che va da 1.130 a 1.350 cm cubi). A che cosa serviva ai tempi un cervello già così sviluppato? A costruire, per esempio, strumenti di pietra del tipo acheuleano, cioè bifacciali (una faccia uguale all'altra), che ci dicono che padroneggiava il concetto di simmetria e aveva quindi una capacità di pensiero astratto, immaginando prima il tipo di utensile da ricavare quando si apprestava a scheggiare un ciottolo di quarzo. Cosa ancora più evidente se usava il modo Tayaziano (dalla località francese della Dordogna in cui fu per la prima volta descritto). Il metodo era innovativo per i tempi: l'Uomo di Tautavel stabiliva in anticipo la forma da ottenere con alcune scheggiature per rendere convesso il blocco di pietra e delineare i margini taglienti. Poi, con una singola percussione, staccava l'oggetto della forma progettata, pronto per l'uso. CACCIA COOPERATIVA. In secondo luogo, l'Uomo di Tautavel aveva la capacità di abbattere grandi prede, come il bue muschiato, il rinoceronte e il bisonte, cosa che poteva fare solo cacciando in modo organizzato e con una forma di comunicazione efficiente. In terzo luogo, il suo cervello doveva già avere una specializzazione laterale favorevole al linguaggio parlato. Infine, basta salire sul monte dove scelse la caverna (dell'Arago) come riparo, per capire che aveva l'esigenza di controllare l'ambiente e programmare le sue azioni: dall'alto del monte dove si apriva a strapiombo la caverna, aveva una visione completa sulla valle. Poteva sorvegliare la situazione e individuare le mandrie di animali, scegliere il momento migliore per scendere a valle e iniziare la caccia organizzata. Il fatto che nella caverna dell'Arago siano state trovate ossa di animali mischiate a utensili di pietra, che servirono a macellare la carne, indica che "quarti" degli animali uccisi venivano portati alla base per essere divisi nel gruppo, alla maniera dei cacciatori raccoglitori odierni. Quindi il grande cervello dell'uomo di Tautavel doveva servire anche all'intelligenza sociale. CIVILTÀ DELL'OSSO. Altre informazioni su di lui le possiamo desumere dai suoi contemporanei presenti in altre aree geografiche europee. «L'uomo di Tautavel era infatti della specie Homo heidelbergensis», spiega Fabio Di Vincenzo, dell'Università La Sapienza di Roma: «a questa specie appartengono la mandibola di Mauer (Germania), i resti fossili trovati a Petralona (Grecia), Sima de los Huesos presso Atapuerca (Spagna), Boxgrove (Inghilterra), Schöningen (Germania). Nelle diverse variazioni geografiche, durò tantissimo, circa 500 mila anni.» Anche in Italia l'Heidelbergensis ha lasciato tracce consistenti. Per esempio a Fontana Ranuccio, presso Anagni, in Lazio. «Qui, 400 mila anni fa», spiega Stefano Grimaldi, dell'Università di Trento e responsabile degli scavi a Fontana Ranuccio, «gli Heidelbergensis erano abili nella caccia ai grandi pachidermi e realizzavano gli utensili bifacciali in osso di elefante. Questo non perché mancassero in zona pietre adatte alla scheggiatura, ma come carattere distintivo culturale, che potremmo definire anche tribale.» DALLE PAROLE AI FATTI. L'esistenza di un linguaggio parlato fra gli Heidelbergensis viene ritenuto molto probabile da studi sui reperti spagnoli della Sima de los Huesos. Le striature dei loro denti mostrano un uso destrorso delle mani, segno di lateralizzazione del cervello per ospitare le aree della corteccia che presiedono al linguaggio. Un altro studio, sull'orecchio esterno, indica che potevano percepire tutte le frequenze del linguaggio parlato. Ma le innovazioni degli Heidelbergensis non finiscono qui: furono i primi a usare sistematicamente il fuoco, il cui impiego è comprovato a partire da 790 mila fa a Gesher Benot Ya-aquov, in Israele. Oltre ad "allungare il giorno" favorendo la comunicazione verbale intorno al focolare, rese il cibo più assimilabile con la cottura, in un circolo virtuoso con lo sviluppo del cervello che nello stadio umano richiede un grande dispendio di energia. Gli Heidelbergensis risultano anche i primi ad avere utilizzato la lancia, come dimostra il ritrovamento a Schöningen di bastoni lunghi due metri e bene appuntiti. Più che scagliati, venivano spinti nel corpo delle grandi prede restando comunque a una distanza tale da evitare contatto fisico - e tuttavia le numerose fratture ossee riscontrate sui reperti rivelano frequenti incidenti di caccia. L'Heidelbergensis è anche il costruttore delle prime capanne con telaio di legno di cui si ha conoscenza: a Terra Amata, in Francia, 300 mila anni fa, ne costruì alcune lunghe 14 metri. ANTENATO COMUNE. Anche l'aspetto simbolico che accompagnava la morte sembra già in qualche modo presente in questa "umanità di mezzo": a Sima de los Huesos i resti di 28 individui sono stati ritrovati in un pozzo, deceduti per morte naturale, come se fossero stati gettati, in tempi diversi, in una tomba collettiva. È stato ritrovato nel pozzo un solo strumento: un bifacciale di quarzite rosa ben ritoccato e mai utilizzato, presente fra i corpi forse come offerta funebre. La morfologia delle ossa indica che i 28 individui presentavano, già 430 mila anni fa, caratteristiche che preannunciavano l'evoluzione degli Heidelbergensis europei in Neanderthal, ma da dove erano arrivati gli Heidelbergensis? Come più tardi noi Sapiens, anche loro dall'Africa: lo dimostrano una serie di loro mandibole di 800 mila anni ritrovate a Tighennif, nel nord dell'Algeria. Il ceppo africano di Heidelbergensis che ha dato invece origine a noi Homo sapiens 200 mila anni fa è rappresentato dai fossili di Bodo, di 600 mila anni, ritrovati nella valle dell'Awash, in Etiopia, o del lago Ndutu, in Tanzania, di circa 500 mila anni. Ed era presente in Marocco, preannunciando la sua trasformazione in Homo sapiens, a Jebel Irhoud, 315 mila anni or sono. Fonte FOCUS
N° 3631 - giuseppe ha scritto::
Nov-’21
26

IN POLONIA SCOPERTO UN GIOIELLO DI 41.500 ANNI FA Un ciondolo d'avorio risalente a 41.500 anni fa e ritrovato nel 2010 nella grotta di Stajnia, in Polonia, è il più antico ornamento decorato emerso in Eu- rasia. Si tratta di un ciondolo decora- to con 50 puntini che disegnano una curva circolare irregolare. Un recente studio guidato da un gruppo di ricerca dell'Università di Bologna ha antedatato di duemila anni il manu- fatto. E' stato trovato con resti ani- mali e strumenti di pietra in un inse- diamento occupato sporadicamente da Ne- andertal e Sapiens. Nella grotta di Stajnia, infatti, gli archeologi avevano trovato nel 2010 un ciondolo in avorio che oggi, grazie alle ricerche compiute, si è scoperto essere il più antico ornamento decorato finora rinvenuto in Eurasia, risalente a 41.500 anni fa. La scoperta è stata riportata sulla rivista Scientific Reports ed è frutto di uno studio multidisciplinare di un gruppo di ricerca guidato da studiosi dell’Università di Bologna insieme a studiosi dell’Istituto Max Planck per l’Evoluzione Umana (Germania), dall’Università di Wrocław (Polonia) e dall’Istituto di Sistematica ed Evoluzione degli Animali dell’Accademia Polacca delle Scienze. La sua scoperta è importante perché retrodata di duemila anni lo sviluppo di questo tipo di decorazione da parte dei primi Homo sapiens arrivati in Europa. “Determinare l’età esatta di questo gioiello era fondamentale per la sua attribuzione culturale e siamo entusiasti del risultato raggiunto”, afferma Sahra Talamo, coordinatrice dello studio e direttrice del laboratorio di radiocarbonio BRAVHO presso il Dipartimento di Chimica “Giacomo Ciamician” dell’Università di Bologna. “Questo studio dimostra che utilizzando i più recenti progressi del metodo del radiocarbonio è possibile ridurre al minimo la quantità di materiale da campionare e ottenere ugualmente date molto precise e con un intervallo di errore molto piccolo”. Oltre alla datazione al radiocarbonio, il ciondolo è stato analizzato anche con metodologie digitali, partendo da scansioni micro-tomografiche dei reperti. “Attraverso tecniche di modellazione 3D, i reperti sono stati ricostruiti virtualmente e il ciondolo opportunamente restaurato, permettendo al contempo di effettuare misurazioni di dettaglio e supportare la descrizione delle decorazioni”, aggiunge Stefano Benazzi co-autore dell’articolo e direttore del laboratorio di Osteoarcheologia e Paleoantropologia (BONES Lab) presso il Dipartimento di Beni Culturali dell’Università di Bologna. Fin dall’inizio della loro dispersione in Europa centrale e occidentale, risalente a circa 42.000 anni fa, i gruppi di Homo sapiens iniziarono a utilizzare l’avorio delle zanne dei mammut per realizzare ciondoli e figurine, e talvolta a decorarli con motivi geometrici. In particolare, l’allineamento di puntini appare in alcuni ornamenti rinvenuti nella Francia sud-occidentale e in alcune figurine del Giura Svevo, in Germania. La maggior parte di questi ornamenti furono tuttavia scoperti durante scavi archeologici realizzati nei primi del Novecento, quindi le loro attribuzioni cronologiche rimangono imprecise. La ricostruzione cronologica della comparsa e diffusione dell’arte mobiliare e degli ornamenti in Europa rimane ancora oggi fortemente discussa e irrisolta. L’analisi e la datazione di questo gioiello decorato consente ora di ampliare le nostre conoscenze sui tempi di comparsa di questi oggetti in Eurasia. Il ciondolo è stato rinvenuto nel 2010 nella grotta di Stajnia, in Polonia, nel corso delle indagini archeologiche dirette da Mikołaj Urbanowski (co-autore dell’articolo), insieme a ossa di animali e alcuni strumenti di pietra del Paleolitico superiore. Le tracce rinvenute indicano che la grotta fu occupata sia dai Neandertaliani che dai Sapiens, ma solo per visite sporadiche. Probabilmente è proprio durante una di queste visite, forse una spedizione di caccia nel vicino altopiano di Cracovia-Częstochowa, che il ciondolo si ruppe e fu abbandonato nella grotta: oltre 40mila anni più tardi gli archeologi lo hanno riportato alla luce. “Questo gioiello mostra la grande creatività e la straordinaria abilità manuale del gruppo di Homo Sapiens che occupava il sito: lo spessore della placca è di circa 3,7 millimetri e mostra la sorprendente precisione nell’incidere i puntini e i due fori per indossarlo”, aggiunge Wioletta Nowaczewska dell’Università di Wrocław, co-autrice dell’articolo. “Se questi segni indichino un calendario lunare o un conteggio delle prede cacciate è ancora da scoprire; tuttavia, è affascinante che decorazioni simili siano apparse in modo indipendentemente da una parte all’altra dell’Europa”, afferma Adam Nadachowski dell’Istituto di Sistematica ed Evoluzione degli Animali dell’Accademia Polacca delle Scienze, co-autore dell’articolo. Il territorio della Polonia è spesso escluso dalle ipotesi relative alla prima espansione dell’Homo sapiens in Europa, suggerendo che questa regione sia rimasta deserta per diversi millenni dopo la scomparsa dei Neandertaliani. La ricostruzione potrebbe dunque ora cambiare. “L’età del ciondolo in avorio trovato nella grotta di Stajnia finalmente dimostra che la migrazione dei Sapiens in Polonia è antica quanto quelle in Europa centrale e occidentale”, conferma Andrea Picin dell’Istituto Max Planck per l’Evoluzione Umana di Lipsia, co-autore dell’articolo. “Questo importante risultato cambierà le nostre prospettive sull’adattabilità di questi primi gruppi di Sapiens e metterà in discussione il modello monocentrico di diffusione dell’innovazione artistica nell’Aurignaziano”. Ulteriori analisi dettagliate sulle collezioni dell’avorio rinvenuti nella grotta di Stajnia e in altri siti in Polonia sono attualmente in corso. “Oggi come oggi, se vogliamo risolvere seriamente il dibattito di quando cominciò la produzione di ornamenti e dell’arte mobile nei gruppi del Paleolitico, dobbiamo datare direttamente questi oggetti con il radiocarbonio, specialmente quelli ritrovati durante vecchi scavi o in sequenze stratigrafiche complesse”, conclude la professoressa Talamo. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Scientific Reports con il titolo A 41,500 year‑old decorated ivory pendant from Stajnia Cave (Poland). Per l’Università di Bologna hanno partecipato Sahra Talamo, Silvia Cercatillo e Dragana Paleček del Dipartimento di Chimica “Giacomo Ciamician” insieme a Stefano Benazzi e Antonino Vazzana del Dipartimento di Beni Culturali. Hanno partecipato inoltre dell’Istituto Max Planck per l’Evoluzione Umana (Germania), dall’Università di Wrocław (Polonia) e dall’Istituto di Sistematica ed Evoluzione degli Animali dell’Accademia Polacca delle Scienze. Fonte Finestre sull'arte e RAI
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