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 La TAVOLA degli DEI. ::
 
  Domenica, 06 Settembre 2015 - 13:38 :: 7718 Letture


  La mostra, ora a Palazzo S. Francesco, è visitabile previa appuntamento (0865/779173 - agnonebiblioteca@gmail.com). Clicca qui
 




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N° 811 - giuseppe ha scritto::
Ott-’15
06

Per il dio della guerra e la fertilità dei campi Una delle feste piú sentite del mese di ottobre era l’appuntamento del giorno 15, segnato da una cerimonia davvero particolare: durante il rito dell’«October equus», infatti, uno sventurato cavallo, adornato di pani, veniva immolato in onore di Marte e dell’inizio di un nuovo anno agricolo La rappresentazione di Ottobre nel mosaico dei mesi di Thysdrus (oggi El Djem, Tunisia). III sec. d.C. Sousse, Museo Archeologico. Le feste di ottobre erano concentrate attorno alla metà del mese stesso. A distanza di un giorno, l’una dall’altra, l’11 e il 13, se ne celebravano due, per il vino e per l’acqua: elementi che non sembrano fatti per andare d’accordo, ma che per gli antichi erano perfettamente compatibili. Viene da pensare (a meno che si sia trattato d’una semplice coincidenza, certamente strana) che le due feste fossero cosí singolarmente contigue per l’uso di bere il vino sempre mescolato con acqua. Essendo infatti le uve mediterranee ricche di un elevato contenuto zuccherino, che nel processo di fermentazione portava il tasso alcolico fino a 16/18 gradi, per rendere il vino bevibile lo si riduceva con l’acqua a una media di 5/6 gradi. Senza che per noi sia facile farci un’idea di come fosse – e quanto gradevole – il «prodotto finito». Soprattutto considerando che l’acqua poteva essere quella di mare usata, peraltro, non tanto per «tagliare» il vino quanto per stabilizzarlo, assicurandone una buona conservazione e la possibilità del trasporto. Ateneo assicurava, inoltre, che il vino cosí trattato non provocava ubriachezza. Se l’acqua di mare non fosse stata disponibile, la si poteva ottenere «artificialmente», sciogliendo sale in acqua dolce. C’era però chi consigliava una salatura leggera… In ogni caso, la pratica dell’annacquamento era tanto normale che il verbo latino miscère, cioè «mescolare», usato per indicare l’operazione, peraltro assai delicata, dell’annacquamento stesso – o, piú correttamente, del dosaggio dell’acqua nel vino – è diventato in italiano «mescere»: che noi usiamo specificamente e solamente per il vino, mentre per l’acqua (e altri liquidi) si usa il piú generico «versare». La dea che guarisce La festa del giorno 11 era quella dei Meditrinalia, dedicata alla dea delle guarigioni, Meditrina (la quale, non a caso, aveva nel suo nome la stessa radice med- di medicina e anche medicamentum, medicatio, medicus, ecc.). In quel giorno si facevano libagioni in casa, usando vino vecchio e vino novello, allo scopo di esorcizzare malanni passati e futuri. Le libagioni erano infatti accompagnate, secondo Varrone, dalla recita di una sorta di giaculatoria magica ritenuta di sicura efficacia: vetus novum vinum bibo, veteri novo morbo medeor, ossia «bevo vino vecchio e vino nuovo e dei mali vecchi e di quelli nuovi mi curo». In pratica, si trattava di una sorta di terza festa del vino che veniva cronologicamente a trovarsi dopo quella dei Vinalia rustica del 19 agosto, con la quale s’inaugurava il periodo della vendemmia, e prima di quella dei Vinalia priora, del 23 aprile, durante la quale si spillava il vino nuovo. La festa del giorno 13 era invece quella dei Fontinalia e si celebrava in onore della dea o ninfa delle sorgenti Fons (o Fontus) considerata figlia di Giano, dio che, tra le sue prerogative, aveva anche quella di far sgorgare le acque. Per l’occasione venivano confezionate corone di fiori che si gettavano nelle fontane, mentre con altre si ornavano le vere dei pozzi. I riti sacri si svolgevano presso il santuario di Fons ubicato ai piedi dell’Arce capitolina, nel versante settentrionale, appena fuori della Porta, detta perciò Fontinalis, che s’apriva nelle mura urbane repubblicane (press’a poco dov’è oggi il Museo del Risorgimento, sul fianco sinistro del Vittoriano): un tempio vi era stato dedicato, nel 231 a.C., dal console Caio Papirio Masone dopo che questi, col suo esecito, in Corsica, s’era salvato dalla sete grazie alla fortuita (e «miracolosa») scoperta di una sorgente. Una festa singolare Una festa piuttosto singolare – soprattutto per il rito che la caratterizzava – e certamente la piú importante di tutte era quella dell’October Equus, «il cavallo di ottobre». Celebrata il giorno 15 – quello delle Idi –, ne era momento fondamentale l’uccisione rituale, col giavellotto, di un cavallo: quello di destra della biga che aveva vinto un’apposita gara di corsa. Il sacrificio era dedicato a Marte, inteso, insieme, come dio della guerra ma anche come tutore contro le malattie degli uomini e degli animali e guardiano dei campi coltivati e della loro fertilità. Benché gli stessi antichi avessero perso, col tempo, il significato originario della festa (rimasta peraltro in uso fino alla fine del mondo antico), è molto probabile che si trattasse di una occasione con la quale si celebravano, congiuntamente, la fine della stagione della guerra e l’inizio del nuovo anno agricolo. Non a caso, il cavallo, prima di essere sacrificato, veniva adornato mettendogli indosso una fila di pani «per il buon esito del futuro raccolto», come scrive Catone (De re rust. 141). Quanto alla scelta del piú nobile degli animali come offerta al dio fecondatore, essa dipendeva dalla identificazione di questi con il Sole del quale proprio il cavallo rappresentava il «corso» quotidiano e la velocità. Le cerimonie, pur concludendosi nel Foro, si svolgevano soprattutto fuori della città vera e propria, nel Campo Marzio occidentale. In particolare, la corsa dei carri che precedeva il sacrificio, nell’ippodromo detto Trigarium – per l’uso arcaico di farvi correre le trigae, i tiri a tre cavalli – ubicato sulla sponda sinistra del Tevere (nel tratto oggi compreso tra i ponti Sisto e Vittorio Emanuele II, in corrispondenza e con lo stesso andamento dell’odierna via Giulia). Il cavallo veniva ucciso nel vicino Tarentum, il santuario delle divinità degli Inferi, Plutone e Proserpina. Al cavallo sacrificato venivano recise la coda e la testa: la coda era portata alla Regia del Foro Romano, di corsa, perché il sangue, simbolo delle forze vitali della natura, non ancora coagulato, potesse sgocciolare sull’altare del sacrarium Martis che all’interno della Regia si trovava. La testa, invece, veniva fatta oggetto di una vivace contesa tra gli abitanti della Suburra (Suburanenses) e quelli della via Sacra (Sacravienses). Se vincevano i primi, essa finiva appesa alla cosiddetta Torre Mamilia (un’alta costruzione della stessa Suburra, appartenente alla gens che si diceva discendere dal fondatore di Tuscolo, Mamilius). Se vincevano i secondi, la testa veniva affissa a un muro della Regia. Il sangue, intanto, veniva raccolto e conservato dalle Vestali, che lo impiegavano per preparare il suffimen (la mistura magica usata per i «suffumigi» dei Parilia, il 21 di aprile), insieme a gambi secchi di fave e con le ceneri dei feti dei vitelli sacrificati nella festa dei Fordicidia. Purificare le armi Alla festa dell’October Equus era infine collegato l’Armilustrium, celebrato il giorno 19 sull’Aventino, in un luogo nel quale, secondo la tradizione, sarebbe stato sepolto il re Tito Tazio (e press’a poco corrispondente all’odierna piazza dei Cavalieri di Malta, appropriatamente ornata dal Piranesi con rilievi di trofei d’armi). Il rito era di carattere militare e consisteva infatti nella lustratio, o «purificazione», delle armi e dell’esercito che aveva appena concluso le campagne di guerra della stagione.
N° 880 - giuseppe ha scritto::
Dic-’15
24

A POMPEI ACCESSIBILI AL PUBBLICO SEI DOMUS RESTAURATE Presidente del Consiglio e ministro della Cultura a Pompei in visita alle sei domus appena restaurate nell'ambito del Grande Progetto Pompei. Da oggi saranno accessibili al pubblico: la Fullonica di Stephanus, la Casa del Criptoportico, la Casa di Paquius Pro- culus, la Casa del Sacerdos Amandus, la Casa di Fabius Amandio e la Casa dell'Efebo. Fonte RAI
N° 905 - giuseppe ha scritto::
Feb-’16
22

IL PESO DELLA CULTURA (OSCA) IN UN LIBRO DI PIETRA Un libro in pietra che pesa 120kg, scritto al contrario. Questa originale opera raccoglie i maggiori testi sanni- ti, digitati su quattro tastiere bian- che di computer, senza guardare il vi- deoterminale e usando l'antico alfabeto della lingua Osca. Titolo: 'Opere San- nite Backwards' di Michele Santelia, di Campobasso, che conquista il suo 10° 'Guinness world records'. Il molisano vanta un altro record mon- diale: ha trascritto più libri al con- trario: 74 enormi volumi composti com- plessivamente da 28.865 pagine. Le sue opere formano la 'Torre di libri al contrario' più alta del mondo: 5,69 mt. di altezza, dal peso di 676,40 kg. Fonte RAI
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