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 Escursione alla Grotta del Diavolo o Grotta di Mezzogiorno ::
 
  Sabato, 02 Aprile 2011 - 17:32 :: 135065 Letture

Il resoconto della escursione compiuta il 13 marzo u.s.  (continua)

E’ una nuvolosa giornata invernale, la pioggia incombe, cerchiamo di contattare uno del gruppo; manca, lo ritroveremo più avanti*. La collina è sempre verdeggiante, come le montagne circostanti e degrada verso una ampia pianura ricca di corsi d’acqua. Siamo in appennino centro meridionale, in lontananza si  scorgono delle chiazze bianche, stavolta di neve, non è strano. Gli inverni sono da noi piuttosto rigidi e non è difficile trovare sulla parte alta dei rilievi chiazze di neve sino a tarda primavera.

E’ il 13 marzo 2011 ed iniziamo a ripercorrere a ritroso nel tempo la nostra storia. Novelli Benjamin Button, ci inerpichiamo per la moderna S.P.331 in direzione Castello del Matese, attraversando in un colpo solo duemilacinquecento anni di storia. La moderna cittadina di Piedimonte Matese è sotto di noi, sulla parte alta il borgo medioevale. Sul Cila i poligonali dei Pentri rievocano il ricordo della Allifae sannitica. Attraversiamo l’abitato di Castello del Matese ed anche qui ai piedi della torre risalta la stratificazione sannitica (del basamento), medievale (della parte superiore e delle torri), indi gli abitati della nostra contemporaneità (articolo intero)

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Commenti
N° 5165 - giuseppe ha scritto::
Gen-’26
11

IL MAROCCO RISCRIVE LE NOSTRE ORIGINI Nel cuore arido del Marocco, tra altipiani battuti dal vento e colline color ocra, la terra ha restituito una verità capace di riscrivere le nostre origini. A Jebel Irhoud, un sito che per decenni era rimasto ai margini delle grandi narrazioni sull’evoluzione umana, sono emersi resti fossili che appartengono al più vicino antenato dell’uomo moderno: Homo sapiens nelle sue forme più antiche, sorprendentemente già riconoscibili. Non frammenti qualsiasi, ma crani, mandibole, denti, ossa che raccontano una storia profonda almeno 300.000 anni, spingendo indietro nel tempo la nascita della nostra specie e allargando lo sguardo su un’Africa molto più vasta e complessa di quanto si credesse. La scoperta, frutto di scavi meticolosi e di analisi all’avanguardia, ha avuto l’effetto di un terremoto scientifico. Fino a pochi anni fa, la culla dell’Homo sapiens era collocata soprattutto nell’Africa orientale, lungo la Rift Valley. Jebel Irhoud ha infranto questa visione ristretta: i fossili marocchini mostrano un volto sorprendentemente moderno, con arcate sopraccigliari ridotte e una fisionomia che ci somiglia in modo inquietante, mentre la struttura del cranio conserva ancora tratti arcaici, come una forma più allungata della scatola cranica. È come osservare l’umanità allo specchio, in una fase di transizione, quando il nostro corpo stava già prendendo forma ma la mente, almeno nella sua architettura, era ancora in evoluzione. La datazione dei resti e degli strumenti litici associati – ottenuta combinando termoluminescenza e altre tecniche radiometriche – ha collocato questi individui attorno a 315.000 anni fa. Non si tratta di una stima vaga: è una finestra temporale precisa che cambia radicalmente la cronologia della nostra specie. Accanto alle ossa, gli archeologi hanno rinvenuto utensili in pietra tipici del Medio Paleolitico, realizzati con la tecnica Levallois, segno di una capacità cognitiva già avanzata, di una progettualità che va oltre l’istinto e sfiora la cultura. Ciò che rende questa scoperta così affascinante non è solo l’età dei fossili, ma il messaggio che portano con sé. Homo sapiens non nasce in un punto preciso come una scintilla isolata, ma emerge da una rete di popolazioni distribuite in tutta l’Africa, che condividono innovazioni, si incontrano, si mescolano. Il Marocco diventa così parte integrante di una mappa molto più ampia, in cui il continente africano appare come un laboratorio diffuso dell’umanità, un mosaico di ambienti e adattamenti che hanno forgiato ciò che siamo. C’è qualcosa di profondamente suggestivo nel pensare che, mentre in altre parti del mondo la nostra specie non esisteva ancora, in Nord Africa camminavano uomini e donne dal volto quasi moderno, che accendevano fuochi, scheggiavano pietre con perizia e guardavano lo stesso cielo che osserviamo oggi. Quei resti fossili non sono solo oggetti da museo: sono messaggeri di un tempo remoto che ci ricordano quanto sia lunga, fragile e straordinaria la nostra storia. La scoperta di Jebel Irhoud ci costringe a rivedere certezze, ma soprattutto ci invita a porci nuove domande. Chi erano davvero questi primi sapiens? Come vivevano, come comunicavano, che idea avevano del mondo che li circondava? Ogni osso estratto dalla roccia marocchina sembra sussurrare che l’umanità non è nata improvvisamente, ma è il risultato di un processo lento, condiviso, profondamente africano. Ed è proprio in questa consapevolezza che la scoperta diventa universale: guardando quei fossili, non osserviamo semplicemente dei resti antichi, intravediamo proprio l’alba di noi stessi. Fonte Trieste News
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